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I GIACIMENTI DEL POTERE. A CHI APPARTIENE OGGI IL PETROLIO
Rampoldi G.
Mondadori Libri Spa , 2006
197 pagine, bianco/nero, no illustrazioni,
cop. in brossura, dim. 15 x 21 cm .
€14 
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UN ESTRATTO

Introduzione
Verso il buio
Quando tutto cominciò? E perché non ci siamo accorti di quel che stava accadendo?
Gli inizi sono sempre confusi. E quando si tratta di idrocarburi in genere le previsioni non sono più attendibili dei vaticini che gli aruspici traevano dal volo degli uccelli. Se non bastasse, fino a ieri il petrolio pulsava copioso nelle vene dell' economia mondiale, le nazioni grossomodo democratiche erano in aumento e, malgrado le sue nequizie, la globalizzazione diffondeva ovunque diritti umani. Insomma tutto confermava quel procedere in apparenza irrevocabile che chiamiamo Progresso.

Eppure non mancavano gli avvisi di burrasca. Potremmo cominciare dall'articolo pubblicato nel marzo 1998 dalla rivista «American scientist», non fosse altro perché la profezia contenuta già nel titolo, La fine del petrolio a basso costo, continua a tormentarci. Gli autori, i geologi Colin Campbell e Jean Laherrère, prevedono che la produzione di petrolio raggiungerà il suo apice intorno al 2010 e comincerà a declinare; ma poiché nel frattempo la domanda continuerà ad aumentare, dopo il picco i prezzi non potranno che salire, e salire, e salire ancora. Campbell e Laherrère applicano il modello matematico col quale un geologo della Shell, King Hubbert, nel 1956 aveva previsto esattamente ciò che all' epoca pareva inverosimile: tra il 1966 e il 1972 la produzione di petrolio negli Stati Uniti avrebbe toccato lo zenit e sarebbe entrata nella curva discendente (accadde nel 1971). Ma a differenza di Hubbert, Campbell e Laherrère non dispongono di dati certi. Però hanno lavorato a lungo nell'industria del petrolio, con incarichi di responsabilità, e sono convinti che i dati ufficiali sulle riserve mondiali siano falsi. Paesi produttori e compagnie petrolifere avrebbero sovrastimato i propri giacimenti: i primi perché dall'entità delle riserve dichiarate dipende la quota di produzione permessa a ciascun membro dell'Opec, i secondi per ragioni di bilancio; e gli uni e gli altri per illudere gli investitori o i mercati finanziari, magnificare la propria forza contrattuale, convincere il credito internazionale a finanziare oleodotti. Il mondo non sarebbe seduto su un vasto lago di petrolio, ma su una colossale bugia.

Dall' articolo dell' «American scientist» nasce una scuola di pensiero detta del «peak-oil», o del «petrolio di picco», che alcuni economisti liquideranno subito come apocalittica. Secondo questi critici, negli anni Novanta il prezzo del petrolio era così basso, e le Borse così riconoscenti verso le società disposte ad abbattere i costi, che alle compagnie conveniva tagliare, non investire in nuove esplorazioni, nuove raffinerie, nuove tecnologie. Ma risaliti i prezzi e ritrovata una convenienza, in questo decennio le compagnie hanno ripreso a scommettere su quel che avevano tralasciato. Se poi i prezzi non si fermassero provocherebbero una caduta della domanda, e per risultato automatico scenderebbero. Stando insomma a questa scuola di pensiero, in futuro ricorderemo i prezzi record di questi mesi, in termini reali i più alti da un ventennio, così come oggi ricordiamo i prezzi esorbitanti del 1973-74 e del 197980: come il risultato di crisi contingenti, temporanee, non di eventi strutturali e definitivi. La mano invisibile del mercato ci restituirà il petrolio economico, magari scovando quei giacimenti immensi e a basso costo che sembrano da tempo introvabili, se non in luoghi quasi impraticabili come oggi l'Iraq? Oppure, dopo oltre un secolo, dovremo uscire da quell' era del petrolio a basso prezzo sulla quale l'Occidente ha costruito il suo modello di sviluppo, il suo welfare, perfino le sue democrazie?

Se ne discute ormai da anni, senza costrutto. Ma dopo tanto discutere e accapigliarsi l'idea allo stesso tempo ovvia e sorprendente che presto la produzione di petrolio comincerà a declinare ormai è accettata anche da sobri istituti di credito come la Deutsche Bank (<
Questo ci rassicurerebbe se nel frattempo non si fossero accumulate altre avvisaglie di tempesta. Dal 1999 il prezzo del petrolio aumenta di anno in anno, addirittura raddoppia nel 2005, quando supera i 60 dollari, sei volte quel che era nel 1997. La Cina sembra insaziabile, la sua fame d'energia cresce del 3% annuo. La guerra in Iraq ..continua sul libro

 

 

 

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